Le radio libere anni 70

Sin dalla home page viene citata l’esperienza delle radio libere italiane degli anni ’70 e sia chiaro, questa non vuole essere una frase di circostanza ma, piuttosto, un proposito di RaRa Radio. Per meglio capire cosa si intende è quindi utile parlarne del fenomeno delle libere radio che hanno arricchito il contesto sociale di quegli anni e per farlo basta riportare l’ottimo sunto che BroadcastItalia ha riportato sul suo portale e che è qui proposto integralmente.

Dalla metà degli anni ’60 stava montando nei giovani in tutta Europa una voglia di radio, intesa come sorgente di intrattenimento, musica e anche informazione non controllata dai vari governi. Nel paese europeo leader allora nella libertà e nel progresso dei costumi, la Gran Bretagna, questa voglia era stata soddisfatta dalle cosiddette radio pirata (Radio Caroline, Radio Veronica) e la stessa cosa avveniva in altri paesi del Nord Europa.

La Rai, in Italia rispose a questa esigenza lanciando nel proprio palinsesto programmi decisamente di “rottura” alla tradizionale programmazione ingessata: trasmissioni come Bandiera Gialla, Per voi giovani, Alto gradimento, Hit-Parade, Supersonic, sono ancora vive nei ricordi degli odierni 50enni. Come peraltro fece la BBC con le storiche trasmissioni musicali Ready Steady Go!, Saturday Club o Top Of The Pops.

Una seconda opportunità per i ragazzi italiani era rappresentata da due radio straniere che trasmettevano in lingua italiana, e che avevano iniziato una programmazione orientata ai giovani e alla musica, con un linguaggio dinamico e del tutto nuovo, era Radio Montecarlo (che trasmette dal marzo del 1966 dal principato di Monaco, diretta da Noel Coutisson con ai microfoni deejay che sarebbero stati imitati per i 30anni successivi, come il grande Herbert Pagani, Robertino, Federico L’Olandese Volante, Awanagana, Luisella Berrino). Unica grande limitazione di Radio Montecarlo, la trasmissione in onde medie, con un trasmettitore potentissimo, si, ma ricevibile solo sulla costa tirrenica del nostro paese. Insieme a Radio Capodistria (sul versante istrano), era una radio che proponeva un nuovo stile di conduzione, vivace, spezzato nel ritmo, che sarebbe stato poi assorbito dalla RAI con il celebre programma Supersonic

A parte queste due realtà “anomale” , c’era anche qualcosa che la radio ufficiale non poteva permettersi o permettersi solo in parte, la comunicazione bidirezionale attraverso la sinergia con il telefono: Salvo forse un unico caso: “Chiamate Roma 3131”, dove però cose tipo “dedico questo disco a Maria con amore, o a Nonna Pina perché guarisca in fretta” non erano certo consentite.

All’inizio degli anni ’70 si crearono le condizioni per la radiofonia privata nei principali paesi europei, con l’Italia in prima fila per numero di emittenti e numero di ascoltatori . Questo faceva seguito alle dure contestazioni del 68’ e successivamente del 72, anni in cui la voce operaia e giovanile fecere tremare e cadere numerosi governi. Nelle rivendicazioni di quegli anni c’era il grande desiderio di crescita della libertà individuale, ed oggi possiamo dirlo, anche il desiderio di poter scegliere in autonomia le fonti di informazione.

Già dal 1974 l’attacco al monopolio in Italia era nell’aria e numerosi operatori si stavano preparando a sfidare la legge e incunearsi nelle sua contraddizioni. La prima in assoluto ad iniziare le trasmissioni è stata Radio Parma, il 1 gennaio del 1975. Protagonisti della storica iniziativa sono stati Virgilio Menozzi, l’imprenditore che finanziò l’avventura (poi protagonista anche della nascita di Radio Roma), il giornalista Carlo Drapkind che ne era il direttore responsabile e l’esperto radioamatore di Parma Marco Toni che curò e realizzò la parte tecnica, mettendo in funzione un trasmettitore di potenza relativamente limitata (22W) ma sufficiente per coprire la maggior parte della città emiliana. Il palinsesto, come per tutte le radio dei primi tempi, era assai completo e debitore del modello RAI, con programmi di informazione, approfondimenti e cronache locali. Dai microfoni di Radio Parma sono usciti alcuni operatori che hanno poi fatto carriera in altre radio o altri settori, come Gabriele Majo o Mauro Coruzzi, diventato poi celebre, non solo nel mondo della radio, con lo pseudonimo e il travestimento di Platinette. Trent’anni dopo Radio Parma trasmette ancora, anche se con proprietà, sede e palinsesto completamente diversi dalle origini.

Segui Radio Milano International (marzo 1975) e Radio Roma (16 giugno 1975). Tre radio che continuano a trasmettere ancora oggi, con nome diverso (Radio Milano International è ora Radio 101 One O One) e qualche problema per Radio Roma. Da citare anche, tra i pionieri, Radio Bologna e, in ambito televisivo, Tele Biella, che effettuarono entrambe tentativi nel corso del 1974).

In pochi anni, o forse pochi mesi, tutte le frequenze disponibili, almeno nelle grandi città, vennero occupate da decine di radio libere, anzi non era frequente il caso di frequenze occupate da due radio, di radio che trasmettevano volutamente fuori dalle regole, in sovramodulazione, per sopravanzare le altre radio vicine e che, anche in un’area contigua, trasmettevano sulla stessa frequenza.

Per coprire le ventiquattrore naturalmente la musica era fondamentale. Sarebbe stato difficile riempire il palinsesto soltanto con trasmissioni autoprodotte, con inchieste giornalistiche o con tutte le altre tipologie di trasmissioni che faceva tipicamente la radio di Stato, quindi il palinsesto della radio libere era essenzialmente costituito da musica di vari generi e stili, strutturata per rubriche (la rubrica di musica classica e di jazz, l’immancabile rubrica di musica lirica, e così via), naturalmente tanto rock, tanti cantautori, e la musica del momento.

Fino alla sentenza 202/1976 della Corte Costituzionale (28 luglio 1976) le radio trasmettevano utilizzando una interpretazione estensiva della legge allora vigente (la 103/1975) e quindi erano esposte a denunce e sequestri. Nonostante ciò molte radio trasmettevano con regolarità, e a Roma a fine 1975 erano già presenti almeno 11 radio.

Il costo di un impianto di trasmissione a norma e di qualità (trasmettitore entro gli standard, potenza adeguata, emissione stereo) poteva arrivare intorno ai 50 milioni di lire di allora, ma utilizzando elettroniche usate (a volte di provenienza militare) o riadattate o limitando la potenza si poteva partire anche con 5 milioni. L’esercizio poteva costare intorno ai 5-10 milioni al mese, nel caso delle rare radio che retribuivano i collaboratori. Per radio con impianti più economici, ospitati in sedi varie (per esempio parrocchie o sezioni di partito) e ricorso al volontariato si poteva scendere di molto nei costi iniziali e ricorrenti.

Quella stagione venne celebrata dalla canzone di Eugenio Finardi “La radio”, che enfatizzava la radio come strumento di informazione libera e “non invasiva”, ed esprimeva l’entusiasmo per un nuovo strumento di comunicazione. La stessa stagione celebrata dal film di Luciano Ligabue “Radio Freccia”.

La selezione tra le radio però non è stata tale da liberare le frequenze, e l’affollamento radiofonico degli inizi è rimasto poi cristallizzato per sempre, insieme alla confusione e alla sovrapposizione di frequenze, regolamentate dalla legge Mammì degli anni ’80, ma tutt’ora in attesa di applicazione.

Nel 1976 aprire una radio in Italia era una operazione al limite della legalità, anche se, come si vede nel seguito, assai frequente e destinata ad espandersi ulteriormente. Infatti l’anno prima una legge dello Stato, la n. 103 del 14/4/1975 (i curiosi possono trovare il testo integrale via Google su vari siti digitando “legge 103/1975” ) aveva ribadito il regime di monopolio statale per le trasmissioni radiotelevisive, in concessione alla RAI, riconfermando e aggiornando quindi la precedente normativa risalente al 21/2/1938 (Legge 24/1938). La novità è che erano ora regolamentate le trasmissioni da televisioni di nazioni estere e che era liberalizzata la trasmissione via cavo a carattere locale (che allora si stava affacciando in USA e nel Nord Europa, dove si sarebbe poi affermata, mentre in Italia sarebbe rimasta un fenomeno marginale. Ma per le radio private la novità legislativa interessante era legata alla parola magica “circolarità” riportata nell’art.1, primo comma, della legge, un servizio pertanto riservato allo Stato. “Diffusione circolare” poteva significare letteralmente una copertura a 360°, oppure una diffusione di tipo nazionale, a copertura totale. Appellandosi a questa interpretazione le radio libere, che ovviamente non potevano, neanche volendo, diffondere su questa scala, si opponevano in sede legale alle frequenti operazioni di sequestro delle attrezzature, su denuncia della RAI o della Polizia Postale, uscendone regolarmente vincitrici.

Da notare che potevano appellarsi anche alla presunta incostituzionalità della legge 103, che era in contrasto con la legge 848 del 4 agosto 1955 (Ratifica ed esecuzione della salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali), quella che recepiva i trattati internazionali (tra cui schiavitù, diritto d’asilo, ecc.) e li includeva come parte integrante nella costituzione italiana. Tra questi c’era il divieto del regime di monopolio in materia di radio e televisione. Essendo un trattato internazionale era stilata nella lingua diplomatica, il francese, l’articolo 10, che interessa alla libertà di radiotrasmissione è però facilmente comprensibile. Il risultato era che le radio proliferavano, la RAI si arrendeva progressivamente, e la Polizia Postale si limitava a reprimere quelle che interferivano con le trasmissioni della forza pubblica o con le torri di controllo degli aeroporti, e tutti erano in attesa di una nuova legge.

Dove prima trasmettevano tre radio, più Radio Vaticana e Radio Montecarlo, Radio San Marino e Radio Capodistria, ora trasmettevano più di 100 radio, e mentre le trasmissioni musicali sulle radio di stato arrivavano a due tre ore al giorno, le radio libere coprivano con la musica (trasmissioni o nastri pre-registrati) anche l’ottanta per cento della programmazione. Insomma una moltiplicazione delle trasmissioni di musica, una moltiplicazione dei generi di musica trasmessi, una moltiplicazione dei musicisti che trovavano uno sbocco su una qualche radio, e quindi un aumento della vendita di dischi, della copia di dischi, allora su cassetta, insomma la stessa situazione di ora, con le radio al posto di Napster o Winmx, le cassette al posto dei CD-ROM e dei masterizzatori.

L’unica differenza è che ora le vendite di dischi diminuiscono del 10% all’anno mentre allora aumentavano in percentuale anche maggiore, Teoricamente la musica da trasmettere doveva essere comunicata alla società autori ed editori, a cui doveva essere spedita la scaletta di ogni giorno di trasmissione, e alla quale dovevano essere versati i diritti per le trasmissioni.

Naturalmente nessuna radio libera si sognava di versare diritti, anche perché in generale erano autofinanziate e chi vi lavorava, non solo lavorava gratuitamente, ma contribuiva anche ai costi fissi della radio, che erano poi soltanto attrezzature (antenna e altro) e costo dei locali, se non si era ospitati da qualche organizzazione.

Nel 1976 la Corte Costituzionale tornò sull’argomento per rispondere a numerose eccezioni di incostituzionalità o richieste di parere di pretori di tutta Italia e dichiarò inammissibili, con la storica sentenza 202/1976 del 28 luglio 1976, le parti delle leggi in vigore che vietavano le trasmissioni in ambito locale, confermando la interpretazione estensiva della legge 103/1975 e dando il via definitivo alla radiofonia privata in Italia.

Era questo il cosiddetto “Far-West dell’etere”, tollerato dai governi degli anni ’80, con vantaggio finale di un solo gruppo industriale privato, che è emerso come vincitore unico da 14 anni di regolamentazione carente, e con il successivo consolidamento della situazione oligopolistica di fatto (esattamente quella che si proponeva di evitare la legge 103) con la legge 223 del 6 agosto 1990, la famosissima legge Mammì. Peraltro anch’essa inapplicata a tutt’oggi per la parte che riguarda la radio, a conferma del ruolo marginale che politica e industria attribuiscono a questo mezzo di informazione e intrattenimento (ma anche il piano frequenze analogico generale è rimasto sostanzialmente fermo).

Nella radiofonia privata degli anni 70 il problema era invece rappresentato dall’eccessivo affollamento nelle grandi città e dalla parallela assenza totale di un piano delle frequenze, essendo il quadro legislativo ancora quello dei tempi del monopolio.

A 30 anni di distanza, nessuno pensa più alle radio come radio libere, ma solo come radio commerciali. E purtroppo proprio le esigenze commerciali hanno livellato lo standard verso i gusti musicali più comuni, e hanno allontanato ogni velleità di sperimentazione.

Fonte: BroadcastItalia